Stoppata una settimana con Sandro a inizio giugno. Sempre di via del sale doveva trattarsi, ma la più agognata Montalto Pavese - Portofino di cui parlo qui.
Meteo incerto, organizzazione da rifinire e condizione non al top ci hanno convinto a ripiegare invece sulla più famosa Varzi-Sori, già percorsa dal mio compagno di cammino.

Così, appuntamento in stazione a Voghera dove un bus delle Autoguidovie, risalendo la val Staffora, ci porta a Varzi. Appena scesi è d’obbligo una sosta in salumeria, dove prendiamo un bel salame (locale e DOP, ovviamente) ben stagionato da portarci dietro e in breve imbocchiamo dapprima la sterrata lungo lo Staffora e poi il sentiero scavato dalle ultime piogge che sale tra fango, rocce e quant’altro verso la frazione di Monteforte. Arrivati alle case ci fermiamo a un lavatoio per caricare un po’ d’acqua.
Rinfrescati, riprendiamo il cammino tra boschi e calanchi fino a sbucare alla strada asfaltata che porta ai 756m del tranquillo paesino di Castellaro dove vista l’ora sostiamo, attaccando senza indugio tra le altre cose anche l’insaccato suino: non è di certo l’alimento più indicato, ma la gola chiama.

La ripresa del cammino è sostanzialmente drammatica: salita più o meno costante, sassosa e ben esposta al sole, fino a giungere alla fine in una più fresca faggeta, nonostante la pendenza rimanga più o meno invariata. Abbiamo poca acqua per bere e cucinare la cena, dobbiamo necessariamente arrivare a Capanne di Cosola per rifornirci, prima di fare campo con le tende. Giungiamo ad un’altra mulattiera e infine siamo al rifugio di Pian della Morra, 1374m, dove controlliamo, invano, se qualche buon’anima possa aver lasciato dell’acqua. Il panorama intanto inizia a farsi interessante: Penice, Lesima, val Boreca, val Trebbia e monti della val d’Aveto da una parte e val Curone, dorsale Ebro-Giarolo e Monviso dall’altra.

Il caldo si fa sentire parecchio, iniziamo a essere un po’ stanchi, Sandro ha un crampo e le mie spalle soffrono per lo scarso scarico dello zaino sulla ventrale. Proseguiamo oltre il monte Boglelio e fortunatamente troviamo una bottiglia da 2 litri di acqua ancora sigillata all’interno del rifugio Laguione.
Più rilassati iniziamo a cercare un prato dove piantare le tende, Capanne di Cosola sono ancora lontane, il Chiappo è davanti a noi ma manca ancora parecchio. Finalmente troviamo un posto adatto alle pendici del monte Garavè: montiamo le tende e ci apprestiamo a preparare da mangiare. Cena: zuppa di legumi e farro per Sandro e pasta e fagioli per me. Mentre cuciniamo riflettiamo sul da farsi: siamo stanchi, sudati, il prato pieno di insetti non aiuta, io ho tre ninfe di zecca sulle gambe da rimuovere -e avevo i pantaloni lunghi- in più il giorno dopo ci sarà ancora sole ma è previsto un peggioramento successivamente.
Andiamo a dormire con ancora luce, in testa l’idea di raggiungere l’Antola, scendere verso Torriglia e rientrare con i mezzi oppure proseguire verso il monte Lavagnola e pernottare in albergo in val Fontanabuona.

La mattina dopo alle sette siamo già in cammino, dopo qualche ora siamo in cima al monte Chiappo (1699m), fa parecchio caldo, il rifugio è chiuso, le mosche sono tante, visti i miei precedenti mi è salita un po’ la psicosi da zecche, la voglia di proseguire è quindi parecchio scemata. Decidiamo a questo punto la ritirata strategica più comoda e veloce: sentiero fino ai 1495m delle Capanne di Cosola e poi via asfalto per 17 km fino a Cabella Ligure.

Arrivati a Cabella ci accorgiamo che ho sbagliato a guardare l’orario dei bus, invece che alle 15.30 l’abbiamo alle 17. Ci fermiamo a mangiare -così così- in un ristorantino e dopo un’interminabile attesa, ecco il bus delle Autolinee Valborbera che ci porterà infine stazione ad Arquata Scrivia, dove ci salutiamo.